Una storia italiana
Quando nacque il motorismo storico
Roma un tempo sarà certamente stata “caput mundi” ma poco più di settanta anni fa lo è stata senza alcun dubbio della nascita di una forma nuova, almeno nel nostro paese, di passioni e di collezionismo piuttosto insoliti per quei tempi, in anni ancora incerti ma che stavano via via restituendo alla gente normalità e vita dopo sei lunghi anni di una terribile guerra mondiale. C’era tanta voglia di risorgere, di tornare a sorridere, di affrontare i cambiamenti ed il moderno e come sempre furono i giovani a ricreare quello spirito goliardico e brillante che ha sempre caratterizzato gli studenti più esuberanti e scanzonati animando, almeno in quei tempi, il viver civile.
E appunto Roma, sopita sulle sue rovine millenarie ma desiderosa di riscatto da quelle causate invece dai bombardieri americani e inglesi nel luglio del ’43, fu tra le prime città italiane a ricostruirsi la propria immagine, colta, spensierata, gaudente grazie non solo al Piano Marshall ma anche ai registi e agli attori americani che la scelsero come scenario storico e pittoresco dei propri film da Vacanze Romane a Cleopatra regalando sogni e illusioni. Le vie e i ristoranti del centro storico di Roma erano frequentati da personaggi affascinanti che riempivano le cronache mondane dei giornali di mezzo mondo e i tavolini affollati dei bar di Via Veneto; erano quelli della Dolce Vita, dei locali notturni, di Fred Buscaglione e del Rugantino, degli scandali più succulenti ma anche dei giovani più “casinari” che uscivano dall’Università, particolarmente dalla facoltà di Ingegneria a San Pietro In Vincoli, per girare strombazzando per le vie della Città con vecchie automobili, o meglio vecchi catorci con i radiatori dipinti a scacchi, con campanacci e burle anche ai danni di solerti signorine a passeggio, che peraltro menavano sodo, e spensierate gite verso le trattorie dei Castelli Romani.



E, come ricorda l’Architetto Valerio Moretti, un vero protagonista di quegli anni spensierati, “fu proprio tra gli studenti romani di Ingegneria che si formò nel 1956 la prima associazione organica: la Scuderia La Manovella”. Il nome glielo diede il fratello maggiore Mario, Ingegnere, che lo propose nel corso di una riunione di aderenti nell’ambito del corso di ”Meccanica applicata alle macchine” tenuto dal Prof. Arnaldo Castagna. Tale nome (La Manovella) fu poi concesso, nel 1961, anche al periodico ufficiale del Veteran Car Club d’Italia (VCCI) di Torino ponendo le basi del futuro organo ufficiale dell’ASI.

Furono così alcuni giovani con vecchie Fiat 501 e qualche Balilla che una domenica pomeriggio del 1955 si riunirono nella villa sull’Appia Antica di Orazio Prestifilippo e diedero inconsapevolmente vita al primo raduno di automobili d’epoca in Italia (sempre dalla fervida memoria di V. Moretti). Ma l’incontro decisivo, quello che realmente diede non solo i natali ufficiali a questa passione per le auto vecchie, così allora si definivano, ma ne formò lo spirito collezionistico e culturale avvenne in una villa sull’Appia Antica, quella di due loro amici e gaudenti sodali, Jacopo Sgaravatti e suo fratello Eugenio, nota famiglia di vivaisti romani, che a sua volta confinava con quella del barone Giorgio Franchetti che nel proprio giardino aveva raccolto e continuava a raccogliere molte auto anteguerra. Per Franchetti le “auto d’epoca”, termine da lui ideato e subito adottato dai “discepoli”, erano considerate non oggetti per andare in giro a far casino ma vere opere d’arte, frutto dell’ingegno e della creatività umana. Come ricorda ancora Valerio Moretti, il “barone” fu uno dei primissimi, ottanta anni fa, a guardare questi “catorci” con occhi e spirito assai diversi da quelli goliardici di quei spensierati giovanotti. Pochi altri insieme a lui: Carlo Biscaretti a Torino, anche se con altre motivazioni, Domenico Gentili a Bologna e Franco Venturi a Roma. Con questi pionieri va ricordato anche Francesco Santovetti, produttore di un ottimo bianco nelle sue proprietà nei Castelli Romani e grande amico di Giorgio Franchetti.
Roma divenne in breve un centro di “accoglienza” e di sapere per tanti personaggi di varie parti d’Italia attirati nel gioco motoristico dall’entusiasmo degli studenti e dal carisma di Giorgio Franchetti, meno “tecnico” ma più “artistico”; erano Fulvio Carosi, Giorgio Marzolla, Veniero Molari, cui via via si aggiunsero i fratelli Gianni e Nicola Bulgari, Mario Righini, Edo Ansaloni, Luciano Mochi, Franz Rodi Morabito, Felice di Tocco, … e il gioco assunse, via via con gli anni, altre forme ed attenzioni.
Come diceva Giustino Cattaneo, già valente progettista e Direttore Generale dell’Isotta Fraschini, “la storia dell’automobilismo ha avuto bisogno dei collezionisti, degli appassionati e dei musei per essere costruita e per attingere a testimonianze tangibili”.
Il Franchetti era molto amico di Lord Edward Montagu of Beaulieu che in Inghilterra, dove tutto si conserva e si onora, già dai primi anni ’50 pubblicava la rivista “Veteran & Vintage Magazine” e anche da questa importante fonte anglosassone vennero presi spunti e idee per improntare e perfezionare anche a Roma e sempre meglio le linee guida e associative della Scuderia La Manovella. Giorgio Franchetti, quando tralasciava gli impegni artistici con i pittori di cui era mecenate, quelli della Scuola di Piazza del Popolo, e le sue gallerie d’arte, era sempre alla ricerca di vetture d’epoca che non avendo più posto a casa sua “appoggiava” da amici e parenti. Donò due vetture a Biscaretti di Ruffia per il suo costituendo Museo a Torino e ne cedette diverse anche al neonato Museo della Motorizzazione Militare della Cecchignola a Roma, di cui era stato peraltro ispiratore e allora diretto dal Generale Papi; alcune di quelle vetture, molto importanti, ne sono divenute oggi motivo di vanto e di prestigio.

Ma determinanti per lo sviluppo dell’automobilismo d’epoca furono le due gimkane organizzate dai nostri ai vecchi Campi Parioli, sotto Villa Glori, dove pochi anni dopo sarebbe sorto il Villaggio Olimpico per ospitare gli atleti delle Olimpiadi del 1960, e con esse vennero anche le sfilate al Pincio nell’ambito del Concorso di Eleganza organizzato dalla rivista Motor di Sergio Favìa del Core. Determinanti perchè diverse riviste di settore come Quattroruote, Settestrade, Autorama e appunto Motor, ma anche altre di attualità e costume, cominciarono a interessarsi dell’argomento dal punto di vista storico-motoristico ma soprattutto di mondanità, argomento sempre molto seguito. Persino il cinema con La Settimana Incom di Sandro Pallavicini riprese più volte le iniziative motoristiche degli studenti romani. E fu proprio su Quattroruote che un certo Angelo Tito Anselmi da Milano lesse di queste iniziative romane e prese subito contatto con il Club della Manovella per assumere informazioni e suggerimenti da Valerio Moretti tesi a fondare iniziative analoghe anche nel nord Italia ove nel 1959, a Milano, si adoprò per costituire il CMAE, Circolo Milanese Automotoveicoli d’Epoca ed iniziò per Anselmi quella che sarebbe divenuta la sua vita da polemico protagonista e valente storico in questo settore. Gli si deve riconoscere anche l’idea di fondare nel 1962 i registri di Marca Alfa Romeo, Fiat, Lancia e Bugatti sentiti anche i suggerimenti di Moretti che dagli Inglesi aveva mutuato il nome Register.

Il successo sempre crescente delle iniziative del Circolo romano, dovuto particolarmente all’entusiasmo del giovane segretario Moretti, raggiunse e coinvolse maggiormente Milano e Torino, città ove il sentimento automobile era ovviamente molto sentito. Tanto entusiasmo ed attivismo, e soprattutto l’interesse crescente della stampa, attirò sin da subito anche l’attenzione dell’ACI (Automobile Club d’Italia) che si attivò per supportare istituzionalmente questo movimento che si stava sempre più diffondendo per il paese e metterlo in contatto con il conte Carlo Biscaretti di Ruffia che a Torino si impegnava a costituire il Museo dell’Automobile, oggi MAUTO, che era provvisoriamente ospitato sotto le gradinate del “Comunale” di Torino e Moretti astutamente lo nominò Presidente Onorario del Circolo Romano La Manovella attingendone conoscenze ed esperienze.

Nel 1957 si tenne a Torino il Primo Convegno di Storia dell’Automobile organizzato proprio da Biscaretti nell’ambito del Salone dell’Auto. Presenti fra pochi altri ovviamente il nostro Valerio Moretti, l’avvocato napoletano Domenico Jappelli, da Milano il famoso giornalista Giovanni Canestrini, da Bologna Domenico Gentili (sapone Panigal), Veniero Molari da Torino ed Hegon Rudolph Hanus da Roma, personaggi questi due da annoverare anche loro tra i veri antesignani del motorismo storico italiano. A seguito dell’attivismo di questi precursori nacque a Torino l’AVA – Amatori Vecchie Automobili per opera di Veniero Molari e a Milano nel 1959, come abbiamo detto, il CMAE – Circolo Milanese Automobili d’Epoca grazie appunto sempre ad Angelo Tito Anselmi, tutti club che presero naturalmente ispirazione dai romani della Manovella. Il 13 febbraio 1960 si costituì a Milano, nello studio del Notaio Fiore, la FIAME (Federazione Italiana Automotoveicoli d’Epoca) su iniziativa del Prof. Elio Quaglino, in rappresentanza dell’AVA di Torino, di Carlo Restelli per il CMAE di Milano e la Scuderia Unione di Brescia. In seguito, aderì anche il CRADE (Circolo Romano Automotoveicoli d’Epoca), ex La Manovella, primo e indiscusso circolo italiano di automobili d’epoca (sic Valerio Moretti).

I due loghi dei club Registro Fiat Italiano (Torino) e Registro Italiano Alfa Romeo (Milano) ideati da Angelo Tito Anselmi nel 1962.
Ma fin da subito iniziarono velati campanilismi e malumori, accesi in buona parte dall’intemperanza di Angelo Tito Anselmi, tra i milanesi che animavano la FIAME, con nomi importanti nell’automobilismo come Luigi Castelbarco, i fratelli Leto di Priolo, Giovannino Lurani, Giovanni Canestrini, Giovanni Caproni, Luigi Lazzaroni, … e i torinesi cui si deve comunque la nascita della rivista “La Manovella”, sempre con il supporto e la disponibilità dei romani, diretta inizialmente dal prof. Massimo Bertola e successivamente dal più competente Hegon Hanus, che nel 1961 guidati da Elio Quaglino costituirono il VCCI (Veteran Car Club d’Italia) e Presidente ne fu nominato Umberto Agnelli che restò nella carica pochi mesi per essere poi sostituito da Pinin Farina che organizzò subito un bel raduno da Torino a San Remo. Il 1961, oltre a essere ricordato come l’anno del Centenario dell’Unità d’Italia e, per l’occasione, di un gran raduno in città con partecipazione internazionale di auto d’epoca promosso dalla FIAT, va ricordato anche come l’anno che con la costituzione del VCCI si diede una iniziale regolamentazione a questo settore che, come vedremo, portò nel 1966 alla fondazione dell’ASI che oggi riunisce più di 350.000 soci.


Gli “attriti” e le malcelate rivalità fra i torinesi (VCCI, presieduto da Pinin Farina) e i milanesi (FIAME, presieduto da Giovannino Lurani) portarono nel 1966 a una fusione dei due sodalizi che diede vita all’ASI (Automotoclub Storico Italiano) con sede a Torino. La carica di Presidente fu affidata ad una persona “neutrale”, Umberto Peretti Colò, da tutti accettato, seppur con un certo malumore dei presidenti dei due circoli che aspiravano all’incarico. Peretti Colò, già presidente del VCC Bernardi (Veteran Car Club Enrico Bernardi) di Verona e del locale Automobil Club (ACI) nonché Vice Presidente dell’ACI nazionale, si adoprò non poco per riportare innanzitutto armonia ed entusiasmo nella neonata associazione ma anche per promuoverne immagine ed iniziative nell’intero paese con il successo e i risultati che oggi sono a tutti evidenti grazie al rinnovato e costante impegno dei presidenti e dei consiglieri che si sono poi succeduti nel tempo.






Grazie all’entusiasmo, ai buoni “uffici” e ovviamente ai suoi ottimi contatti in ACI, Peretti Colò volle dare maggior prestigio e risonanza alla nuova associazione che intendeva federare e riunire i vari club di auto d’epoca che via via si stavano formando in Italia. Era pertanto necessaria la pubblicazione di un periodico che illustrasse il nuovo sodalizio nazionale e diffondesse informazioni e conoscenza nel settore. Stipulò quindi un accordo con la LEA, società editrice dell’ACI che, oltre a vari libri motoristici, già pubblicava il diffusissimo settimanale L’Automobile, per la pubblicazione di una nuova rivista per l’ASI, “La Manovella”. Niente di nuovo perché in fondo si volle giustamente dare continuità alla rivista fondata dagli appassionati romani e successivamente organo ufficiale del VCCI. Fu dato inizialmente incarico all’attivissimo Tito Anselmi di assumerne la direzione, progetto subito fallito per le note impuntature e intemperanze del pur bravissimo Tito che iniziò a inviare diffide e raccomandate con ricevuta di ritorno a tutte le parti in causa. Sergio D’Angelo, allora direttore editoriale della LEA, si rivolse a Valerio Moretti, che insieme ad Hegon Hanus ne furono tra l’altro anche fondatori, per far così decollare la rivista nel modo giusto. L’accordo ASI-LEA per la gestione della rivista durò cinque anni, dal 1966 al 1971, per poi venire totalmente e finalmente gestita, pubblicata e diffusa dall’ASI fino ai nostri giorni.

Stefano d’Amico
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