1960 – Dai Campi Parioli al Villaggio Olimpico
…come la luce del sole supera ogni cosa per calore e splendore, così non vi è vittoria più nobile di quella di Olimpia…
Pindaro
Tra le vecchie carte e le vecchie foto di ricordi dei primi raduni in assoluto di auto storiche in Italia che si svolsero a Roma a fine anni ’50 nei Campi Parioli, sotto Villa Glori, tra il quartiere Flaminio e appunto il Parioli, di cui abbiamo parlato in un precedente racconto, sono venuti fuori, solo dopo 66 anni! anche alcuni sopiti ma struggenti ricordi delle Olimpiadi del 1960 che elessero e confermarono la Città eterna tra le capitali più vive ed affascinanti del mondo.
I Campi Parioli si trovavano poco prima del monumentale Ponte Flaminio, imponente costruzione del Ventennio dell’architetto Armando Brasini sopravvissuta alla guerra perché vicino al Comando delle truppe americane acquartierate al Foro Italico, ex Foro Mussolini. Una zona molto disagiata occupata fino al 1958 da una baraccopoli di zingari, profughi, sfollati e persino reduci della seconda guerra mondiale, nei cui ampi spazi alberati circostanti si svolsero, come ricordato in un precedente racconto, alcuni raduni di vecchie Balilla. I Campi Parioli per riqualificare l’intera area furono destinati alla costruzione in tempi brevissimi del Villaggio Olimpico che avrebbe ospitato nel 1960 gli atleti di tutto il mondo finalmente riappacificato.

Fu un progetto architettonico modernissimo ed assai funzionale dovuto ad illustri architetti, tutti facenti capo al più puro razionalismo così vivo nel Ventennio, e realizzato in tempi davvero record, proprio come ai tempi antecedenti la guerra (Vittorio Cafiero, Adalberto Libera, Amedeo Luccichenti, Vincenzo Monaco e Luigi Walter Moretti). Questo complesso residenziale nel verde non lontano dal Centro Storico, dedicato agli atleti e allo sport, che racchiude numerose palazzine dalle caratteristiche facciate a mattoncini gialli, fu concepito come un esperimento di edilizia residenzial-popolare ed è tuttora perfettamente vivo e funzionale. Fu arricchito nel 2000 dall’Auditorium Parco della Musica “Ennio Morricone”, con progetto di Renzo Piano perfettamente inserito ed equilibrato nel quartiere, confermando la bontà e la qualità del progetto iniziale dopo ben 66 anni ed è oggi un punto di riferimento della Città, seppure piuttosto degradato negli ultimi anni.


Mio zio Rodolfo, fratello della mamma, ne fu Direttore operativo e per me fu una fortuna e un’occasione entusiasmante. Mi aveva fatto avere, per me quattordicenne, una specie di lasciapassare per entrare e uscire a mio piacere in quell’isola esclusiva ed impenetrabile fatta di sport e abitata da atleti di tutto il mondo ed io, seppur adolescente, percepivo lì dentro uno spirito incredibile di vita, di unità, amicizia, gioia, … sensazioni ed emozioni eterne che solo il fuoco olimpico riesce ancora oggi ad accendere e riscaldare, seppure a stento. Iniziavano gli anni ’60, quelli del boom economico e della Dolce Vita. Roma era la capitale indiscussa della cultura, del cinema, della moda, del bel vivere, … della rinascita; non solo per romantiche “Vacanze romane” ma un vero e splendido museo a cielo aperto, ricco di quelle antiche memorie e vestigia illuminate da un sole finalmente “libero e giocondo” che i film Quo vadis e Ben Hur avevano resuscitato e raccontato al mondo; un mondo anch’esso libero che ora poteva viverle e ammirarle in tutta la loro bellezza tra giardini fioriti e parchi curatissimi.

Con la mia famiglia abitavamo nel quartiere Nomentano, nei pressi di Villa Torlonia, ed io, quasi quotidianamente, raggiungevo in bicicletta quel mondo fantastico rappresentato da tante bandiere di ogni colore riunite sotto quella dei cinque cerchi. Erano 6/7 chilometri con discese e salite non indifferenti ma le energie e l’entusiasmo non mancavano di certo e il traffico poi era allora assai modesto e disciplinato come assolutamente inesistenti i pericoli di vario genere che oggi animano ogni città.

Poter entrare nel Villaggio Olimpico fu per me un’avventura indimenticabile; poter raccogliere e scambiare pins metallici, distintivi, bandierine di ogni tipo, depliants, pubblicazioni di ogni genere, avvicinare e parlare con gli atleti di ogni paese, cercarne gli autografi, magari di personaggi già famosi e di altri illustri sconosciuti, fare qualche spuntino con ricchi panini o pizze napoletane e leccornie di ogni tipo, ovviamente gratis, insomma, considerati i tempi, fu davvero un qualcosa di eccezionale il cui ricordo ancora oggi mi emoziona e rallegra.


Per la bella cifra di trecento lire (stampata nella terza di copertina!), che per me erano bei soldini, comprai un album molto carino, pieno di disegni divertenti, “OLIMPICUS”, per raccoglere gli autografi degli atleti in pagine dedicate alla loro specialità sportiva. Ne raccolsi moltissimi, anche con una certa faccia tosta, ma ricordo che erano tutti molto felici di scambiare due chiacchiere e firmare qualsiasi cosa. Tra essi ricordo quelli di Piero D’Inzeo che con il fratello Raimondo erano i nostri campioni nell’equitazione, del velocista Livio Berruti, del pugile Duilio Loi e vari altri. Gli stranieri, particolarmente quelli dell’est che erano sempre seguiti e piuttosto controllati da pseudo allenatori (KGB?), erano affamati di notizie e mi chiedevano suggerimenti su cosa andare a visitare e come andarci per cercare di eludere la sorveglianza.

Avere sfogliato nuovamente, dopo ben sessantasei anni, queste vecchie carte riscoperte quasi per caso e raccolte allora con tanto entusiasmo e giovanile intrapendenza, mi riporta lontano nei tempi e nei ricordi. I ricordi struggenti di chi non c’è più, di una socialità che non esiste più, di un mondo così diverso fatto di valori e di uomini diversi, di una comunicazione diversa …. Anche Roma è cambiata radicalmente, la dolce vita non esiste più, trovare giardini e aiuole fioriti è assai difficile, i tavolini di via Veneto sono spariti e con essi l’eleganza e la raffinatezza del buon vivere, la gente è diffidente, le strade sono sporche, … ma Roma, sicuramente eterna e sorniona, ne ha viste talmente tante nel corso dei secoli da fregarsene altamente ed essere sempre una città affascinante, come il suo nome, dove bastano la sua storia e i suoi marmi, le sue tradizioni, il suo Vaticano e le sue chiese a renderla sempre un dono emozionante per ogni visitatore. Purchè tenga gli occhi ben aperti!
…come l’acqua è il primo degli elementi, e l’oro la piú preziosa delle ricchezze, cosí il piú celebre degli agoni è quello d’Olimpia…
Pindaro
Stefano d’Amico
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